Parte 2

Squadra e famiglia

Quell’estate lavoravo in un 3 stelle piuttosto importante, sia per dimensioni, che per qualità di ambiente, entrambi certamente superiori alla media della categoria.

Gli alberghi a gestione familiare sono portati per connotazione a diventare a loro volta delle famiglie. Questo significa che rapporti e relazioni, sebbene continuino ad essere riferiti ai rispettivi ruoli, assumono, a seconda dei casi, caratteri più intimi. Così succede che il gruppo di persone che ci lavora da anni, si trasforma in una famiglia nella famiglia, qualcosa che va ben oltre la colletta per il battesimo o un pensierino a Natale.

Una versione artigianale del moderno concetto di “squadra”, più vicino ad un modello patriarcale, con tutte le sue gioie e i suoi squallori.

In questo contesto apparentemente idilliaco, tuttavia, il concetto di fiducia rimane un elemento estraneo e va a confondersi con quello di confidenza, che la proprietà, il padrone, può prendersi, ma il dipendente no. Fin qui tutto bene (non si deve mai dimenticare da dove si viene), anche se sarebbe opportuno che il metro di misura, una volta stabilito, restasse sempre lo stesso.

Succede, in quel caso, che uno dei dipendenti più fedeli, un cameriere che chiamerò P., umile e gran lavoratore, affidabile e polivalente, mantenga sempre quel corretto equilibrio nelle distanze, senza prendersi mai, né verso la proprietà, ma neppure verso i colleghi, tantomeno verso gli ospiti, confidenze non necessarie. In Casa (che bello anziché albergo) da una vita, probabilmente da sempre, ha imparato lì il mestiere e non avendo ambizioni particolari se non quella di svolgere correttamente il proprio lavoro, rappresenta inevitabilmente per tutti gli altri un modello professionale positivo oltre che un punto di riferimento. Un misto di gratitudine e sudditanza, ma anche l’orgoglio e la fierezza di essere parte di quella famiglia.

Una mattina, durante l’orario della prima colazione, mi trovavo nell’office a strofinare il fondo delle tazzine da caffè (quella parte che se è sporca, non la vede chi lo sta bevendo, ma chi gli siede di fronte, n.d.r.), quando sento a pochi passi le urla del proprietario che stava inveendo contro P.

Probabilmente lo hanno sentito tutti i clienti nella sala da pranzo, certamente tutti noi, non pochi, presenti in quella zona. Di sicuro l’immagine di P., a testa china che annuiva, investito da un’onda di improperi, non è stata piacevole.

Non proferì parola, nonostante i muscoli della mandibola, tradissero una rabbia crescente: ma forse era solo rassegnazione. Mi ha fatto subito pensare a lui che, padre di famiglia, alla sera, rientrando a casa, di fronte ai suoi figli non si fosse sentito un vigliacco.

Eppure non reagì, non abbozzò neppure un tentativo di risposta, semplicemente incassò, umiliato di fronte a me e altri ragazzi con un terzo dei suoi anni.

La cosa bella, però, è che né allora né dopo sono riuscito a capire quale fosse il motivo di un richiamo, sempre che ce ne fosse stato uno, che giustificasse quel tipo di atteggiamento.

Un paio d’ore dopo eravamo insieme in dispensa a preparare il più famoso tra gli antipasti estivi (si, gli antipasti uscivano dalla dispensa): io a tagliare i meloni maturi, lui pronto ad affettare un bellissimo prosciutto.

Lo mise in posizione, preparò la macchina, iniziò a far ruotare la lama ed ecco che esce la prima fetta: un esemplare di almeno due etti e mezzo simile, per dimensioni, ad una delle onorevolissime entrecôte di manzo servite la domenica.

La osservò per qualche secondo tenendola con due dita, sospesa a pochi centimetri da sé.

“Oops! Mi sono sbagliato”, disse con aria distratta, lasciandola cadere nel bidone dei rifiuti.