Io alle Terme ci sono arrivato per caso, o almeno così ho creduto per molto tempo: invece, come spesso succede, non c’era niente di fortuito o imprevedibile.
La verità è che mi sono trovato catapultato in una dimensione sconosciuta, ma talmente affascinante che, ancora oggi a distanza di anni, temo che faticherò a liberarmene.
Ma quello che voglio dire è che negli stabilimenti termali, soprattutto in quelli di lunga tradizione, è facile incontrare personaggi strani.
Strani è un complimento.
I manutentori, in modo particolare, di questa categoria sono i capifila: hanno in mano il destino di quelle aziende, conoscendone i segreti più profondi ed essendo depositari di competenze tanto specifiche che nessun manuale di testo può nemmeno lontanamente immaginare. Il loro sapere è tanto vasto da mandare in crisi professionisti qualificati armati di complessi schemi idraulici e tabelle solo scuotendo, anche in modo lieve, la testa. Dalla loro efficienza e dalla loro competenza dipende la linea di confine, estremamente sottile, tra funzionare e non funzionare. I meccanismi di adduzione, le condutture e i loro incroci, i deviatori, gli accumuli, i ricambi, le sanificazioni, sono un mondo oscuro e affascinante nel quale loro, ma solo loro, si possono avventurare. Depositari di una fantastica cultura empirica e consapevoli delle loro conoscenze, le conservano gelosamente, immaginando di trasferirle solo a chi ritengono degno di ricevere tale eredità, in una sorta di passaggio generazionale che può coinvolgere solo chi li sostituirà.
Il primo che ho conosciuto si chiama A. e in quel centro ci lavorava da più o meno un paio di mesi prima che io nascessi.
Un filosofo moderno nei panni di un umilissimo genio. Talmente geniale da essere convinto che qualunque innovazione dovesse avere alla base un’unica caratteristica: quella di permettergli di lavorare meno (nel suo linguaggio, lavorare meglio). L’evoluzione tecnologica dell’Azienda doveva inevitabilmente passare da un miglioramento sensibile della qualità del lavoro e della sua sicurezza.
Una visione profondamente etica, ancora oggi molto rara.
Credo siano infiniti gli esempi che ha dato a me come a tanti altri, ma ricordo con tanta simpatia quando, a fronte della presentazione in pompa magna di un progetto particolarmente “ardito” (vedi capitolo “non siamo tutti Renzo Piano”), si permise di suggerire di “non lasciare la casa vecchia, per quanto brutta e cadente, prima di aver completato la nuova: si potrebbe passare qualche notte sotto un ponte”. In quel caso sarebbe davvero successo, ed era inverno.