Sono giunto alla conclusione che i manager, tutti i manager, sono riconducibili a tre tipologie principali, ognuna delle quali a sua volta declinabile in mille altre sottocategorie. L’altra cosa che osservo è poi che ognuno sceglie il proprio contenitore, senza eccezioni ma soprattutto in modo completamente scollegato dalle competenze.
Ci sono quelli “temuti”, che restano in mente più a lungo, forse perché ci ricordano i professori severi della scuola, ci sono quelli “ignorati”, per distacco i più numerosi e spesso downgrade della classe precedente dalla quale si discostano tuttavia per l’assenza di conoscenza, e infine ci sono quelli “rispettati”, i più rari perché dotati di genuina gentilezza.
“Il lusso è una questione di soldi, l’eleganza di educazione.”
Ogni categoria ha i propri standard e i propri modelli e come in un film biografico, ognuno interpreta il ruolo in modo del tutto personale: lo stile che ti caratterizza è quello che però continua a fare la differenza.
Se dici che la tua porta è sempre aperta, semplicemente deve esserlo, sapendo che coloro che la lasciano davvero aperta, non hanno bisogno di dirlo: chiunque è in grado di vederlo.
Come sempre conta quello che fai, molto meno, alla lunga, quello che dici.
Il capo, ma si trattava di un vero leader, da cui ho assorbito di più sicuramente rientrava nella prima categoria.
Uomo esperto e navigato, dotato di pragmatismo e di grande visione di prospettiva, sostanzialmente poco interessato al prossimo, a meno che non gli convenisse, utilitarista allo spasimo,
ma geniale nel capire chi sa fare cosa: insomma un’autentica testa di… Maestro nell’uso sapiente e cinico di bastone e carota, quanto campione mondiale di lodi e richiami dosati perfettamente nei tempi e nei modi.
Considerava il “lei” l’unico modo di comunicazione aziendale, senza che questo inficiasse in misura alcuna sull’efficacia del lavoro. Ho capito un’altra cosa banale: ogni strumento operativo è buono o cattivo a seconda dell’utilizzo che se ne fa!
Burbero e intrattabile ma universalmente ritenuto giusto nei giudizi, quanto preciso e puntuale nelle scelte, di cui lui e solo lui avrebbe poi risposto. Accentratore e narciso quanto abilissimo cacciatore di competenze, illuminato nel comprendere il talento di ognuno facendoglielo coltivare, o chi fosse meglio si mettesse a fare altro.
Certamente quello che ero in grado di fare io, lo ha compreso ben prima di me.
Un uomo, insomma, da cui ho potuto imparare tante cose da fare, e altrettante da non fare.
A una collega che continuava a controbattere, devo dire con argomentazioni estremamente deboli e poco sostenibili, una banalissima disposizione operativa, sorrise dicendo: “Vede cara, il fatto che le dia un’alternativa, non significa che possa scegliere!”
Nel corso di una riunione sindacale particolarmente accesa, la prima a cui ho partecipato, al culmine della discussione si alzò e uscì dalla stanza senza dire una parola, lasciando gli interlocutori basiti e me in balia delle onde. Serviva il poliziotto buono, come ho capito poi.
Rientrò sorridendo dopo non meno di una decina di minuti: eh, sapete, la prostata…