Leggo frequentemente che la frase più dannosa in Azienda sia “abbiamo sempre fatto così!”
Vero? Falso? Probabile?
Viviamo un’epoca nella quale, più di sempre a parer mio, la ricerca spasmodica dell’innovazione, l’identificazione di nuovi modelli e la creazione di prodotti diversi, sembra essere la principale attività di gestione.
Io che non credo, però, ai modelli universali di successo, sono convinto che anche questo concetto debba essere contestualizzato, calato cioè nella realtà specifica e non ritenuto corretto, o sbagliato, in assoluto. Dipende dalla sensibilità di chi guida l’Azienda comprendere quando utilizzare, come e dove indirizzare il cambiamento.
Il cambiamento è spesso necessario, in molti casi indispensabile, tante volte non procrastinabile, ma non è l’unica soluzione e non è obbligatorio, anzi in determinate situazioni è inutile e anche dannoso.
Ecco che però, al grido di questa banalità, si formano eserciti di nuovi manager che al debutto di un nuovo incarico, scendono in guerra con un solo imperativo: cambiare. Serve cambiare perché tutto quello che è stato fatto prima è sbagliato.
E non cambiano in funzione delle caratteristiche della attuale azienda, ma solo della loro esperienza, non sempre svolta in strutture con le stesse caratteristiche, senza una sufficiente analisi dell’esistente e spesso inconsapevole.
Di base preferiscono applicare il modello che conoscono piuttosto che studiare meglio e più in profondità quello attuale.
Di base lo studio dell’esistente costa fatica, mentre portare avanti schemi conosciuti ci rende più tranquilli e ci conforta: più semplicemente ci fa sentire importanti. È come se il senso del nostro incarico risiedesse solo nella capacità di apportare modifiche al sistema esistente.
Solo i mediocri pensano che non cambiare nulla li renda inutili, quasi fosse un’ammissione di colpa. Ma la storia recente è piena di Aziende stravolte da innovazioni inopportune.
Siamo circondati da casi nei quali il cambiamento si è rivelato catastrofico: il rimedio molto, ma molto peggiore del male! Succede quando anteponiamo le nostre idee, meglio dire il nostro ego, al prodotto: ecco che ci troviamo di fronte a casi in cui aziende che stanno vivendo fasi critiche della loro storia sono spinte nel baratro da pseudo-innovazioni. Vedi, ad esempio, il caso di Melegatti, marchio storico della produzione dolciaria.
Breve parentesi per gli appassionati di calcio: il Manchester City ha perso la finale di Champions League 2021, nonostante fosse ampiamente favorito. Chissà se Pep Guardiola, e dico Pep Guardiola che nelle ore precedenti la finale ha deciso di modificare, alla luce di qualche suo credo, una formazione che per l’intera stagione ha dominato su tutti i fronti dimostrandosi affidabile, collaudata e perfettamente rodata, si è pentito della scelta.
Meglio non anteporre mai il proprio ego al prodotto o alla squadra.
Un caso di successo non è, infatti, di per sé garanzia universale di nuovi successi, se replicato in contesti diversi, in momenti e con persone diverse. In un progetto di cambiamento devono credere tutti e quando non funziona è troppo facile ritenere che sia solo colpa di chi ha sempre fatto così.
Ma è la capacità di innovare partendo da valutazioni consapevoli e complessive, relative quindi a tutto il percorso sin qui svolto, a fare la differenza: di comunicare e condividere a tutti i livelli una nuova visione, di convincere e coinvolgere, di affascinare e trasmettere emozioni pure.
Ecco perché per me la frase più dannosa in Azienda, quella in grado, in un solo istante di cancellare anni e anni di lavoro, di progetti e di formazione è “se devo perdere tempo a spiegarlo, faccio prima a farlo da solo.”