Io ho fatto il militare, e la gerarchia l’ho osservata a fondo convinto, a ragione, che ci fosse da imparare, ma non ho fatto carriera: da soldato semplice a soldato semplice.
L’ho fatto in un posto sperduto in quella splendida regione che è il Friuli-Venezia Giulia, dove si concentrava il V Corpo d’Armata del nostro esercito, cospicuo contingente militare a difesa del confine proteso verso la cortina di ferro. Erano le ultime avvisaglie della cosiddetta guerra fredda, prima del crollo del muro che avverrà solo un anno e mezzo dopo.
L’ho fatto in un paesino dimenticato sulla statale Pontebbana, tra Udine e il Tarvisio, in mezzo a una popolazione locale che certamente non amava quella convivenza, ma era stata messa a dura prova da un terremoto devastante: Tricesimo.
L’ho fatto a Tricesimo anche per non accettare la possibile “buona parola” del parroco e questo la dice lunga su come io la pensi riguardo alle raccomandazioni, ma questa è un’altra storia.
Invece di quel periodo ho ricordi molto belli, delle Persone, dei Luoghi e ovviamente di quello che ho imparato, ma anche no. Tutte cose che, al di fuori di quel contesto, avrei potuto solo immaginare.
Io ho fatto il militare nel 1986, anno di uscita di “Soldati. 365 all’alba” con un imberbe Claudio Amendola, film che era meglio vedere solo dopo il congedo.
Certamente non ho imparato a rifare un letto e neppure a rispettare le file, la disciplina, insomma, già mi apparteneva: allo stesso tempo non ho imparato l’ordine e il senso civico, cose che ho sempre dato per scontato. Scontato per me, ma non per tutti. A molti la vita militare ha sicuramente fatto bene.
Devi fidarti degli altri, contare su di loro, ed è la più bella lezione di team building a cui abbia assistito.
Ho imparato invece a vivere in comunità, con ragazzi tanto diversi, in meglio e in peggio, rispettando e facendomi rispettare, ma soprattutto assorbendo lezioni di umanità che diversamente non avrei mai ascoltato.
Sicuramente ho riso tanto, tanto da non ricordarmi perché: prima di tutto per il mio incarico. Pilota di mezzi corazzati. Dimenticavo di dire che facevo parte di un battaglione di fanteria meccanizzata: quelli che in battaglia attaccano le linee nemiche, gli assaltatori appunto, saltando fuori da mezzi anfibi, gli M113 dal passato glorioso e dal presente incerto.
Ebbene quei mezzi anfibi li guidavo io, proprio io che se mi è stato negato un talento, è proprio quello per la meccanica.
Il resto è stato emozionante, bellissimo o forse spaventoso.
Siamo usciti di notte quando ci sono state altre scosse telluriche, abbiamo fatto 18 ore di treno (il termine esatto è però “tradotta”, altrimenti non ci capiamo), per scendere fino a Foggia per un mese di campo, che al calore della gente del sud non ci sei abituato e quando ritorni in caserma la tua branda sembra un king-size. Abbiamo dormito più notti con lo zaino pronto e abbracciati al fucile per i mal di pancia di Gheddafi, abbiamo fatto servizio elettorale a Genova (e anche a Manfredonia, in verità), poi sono salito sui Leopard, ho sparato, ho saltato, guadato fiumi risalendo gli argini in verticale, guidato camion senza servosterzo e con le ridotte, applaudito Maradona allo stadio Friuli e perso Zico per un soffio, visto il sergente maggiore C. fare pipì oltre la rete del confine jugoslavo (tanto le vedette ci avevano già individuato), e pianto alla notizia che il sergente maggiore E., giovane di firma, si era ucciso, suicida nella sua stanza, mentre lo stavamo aspettando per uscire in addestramento.
Il nostro capitano, MS, invece potevo definirlo un soggetto molto convinto, rigido con sé prima che con gli altri e duro al limite del fanatismo. Un giorno ci portò sul Tagliamento, la più grande distesa di pietre che abbia mai visto. Ogni tanto qualche ramo secco, qualche piantina, ma soprattutto qualche dislivello invisibile che se ci finisci dentro ti capovolgi. Tema del giorno era un’esercitazione in collaborazione con l’aereonautica militare: forte, noi dovevamo mimetizzarci e loro avrebbero dovuto individuarci. Ti piace vincere facile, diremmo oggi! Noi, piccoli bottoni verdi su un tappeto di sassi chiari, alla luce del sole. Messi di fianco a qualche alberello facevamo la figura del Vil Coyote che si nasconde dietro ad un ramoscello trattenendo il respiro. “Emozionante!” mi scappò, mentre il capitano stava con enfasi dando istruzioni sul tema. “Baronti, adesso mi tolgo i gradi e la prendo a pugni!”, disse. Dentro di sé sorrideva. Ma io non ho fatto carriera nell’esercito.